Non sempre si può intervenire nei casi di alienazione parentale

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Non sempre si può intervenire, da un punto di vista giudiziario, nei casi di alienazione parentale.
E’ chiaramente noto che in alcuni casi di AP molto complessi ed incardinati, la soluzione più efficace sarebbe allontanare il figlio dal genitore dominante-irresponsabile.
Tuttavia, non sempre è fattibile.

Sostengo da tempo che superata la soglia di 11-12 anni del figlio, qualsiasi intervento coatto di natura giudiziaria (e anche clinica post sentenza) potrebbe risultare inefficace e, paradossalmente, controproducente.

Nei casi di alienazione parentale il fattore tempo risulta una delle variabili principali. Lo sa bene il genitore dominante-irresponsabile.
Anche nei casi in cui il Tribunale dovesse rilevare l’alienazione parentale, se il figlio ha superato 11-12 anni di età difficilmente si può intervenire con il suo allontanamento dalla figura genitoriale irresponsabile, mediante un’inversione di collocamento o, in sporadici e scongiurati casi, un trasferimento temporaneo presso un luogo terzo.

E’ pacifico che debba essere effettuata una valutazione caso per caso, ma in linea teorica, ad esempio, ad un ragazzo di 14-15 anni è impensabile che possa essere disposta un’inversione di collocamento o, peggio, un suo trasferimento in struttura protetta.

Anche nella comunità scientifica di riferimento c’è un grande dibattito intorno a questo aspetto: gli interventi giudiziari sono possibili a qualsiasi età della persona minorenne o c’è un limite?

Negli USA (e non solo) vengono disposti interventi giudiziari coatti a qualsiasi età, anche quando un figlio ha 17 anni. Se ne discuteva anche con Amy Baker all’Università di Chieti durante una sua conferenza nell’agosto 2017.

Non mi sento di condividere questa impostazione.

Superati gli 11-12 anni di età, ritengo che qualsiasi intervento giudiziario orientato a modificare l’assetto di frequentazione figlio-genitori possa essere inefficace e controproducente.

Alle persone infradiciottenni non si possono imporre soluzioni non condivise.

Alcuni tra gli addetti ai lavori, ma anche tra i genitori, criticano questa mia impostazione: allora lasciamo il figlio nelle mani del genitore dominante-irresponsabile?

La risposta è sì, purtroppo. Non si può avere la presunzione di poter sempre intervenire. Se il Tribunale si è mosso in ritardo, il peso delle inadempienze degli adulti non può ricadere sulle persone adolescenti: non capirebbero il senso dell’intervento e lo percepirebbero come punitivo.

Il dibattito è aperto e vengono accolte volentieri osservazioni e punti di vista differenti.
(non sull’esistenza o meno dell’AP)

Ne parliamo nel dettaglio nel libro “Nodi e snodi nell’alienazione parentale” (marzo 2019):

5 COMMENTS

  1. Ho sollevato la mia critica a Pingitore ed anche a Camerini ( su Facebook ovviamente) : se anche loro che sono professionisti “sani” che si battono per la causa della bigenitorialita’ si adagiano sulle prassi pre-esistenti, sicuramente non vi sono speranze.

    I criteri da adottare sono gia’ scritti nell’ articolo : gli Stati Uniti ed altre nazioni applicano le procedure anche ai sedicenni e diciassettenni, perche’ da noi no?

    Bisognerebbe accantonare un poco le argomentazioni accademiche e badare al sodo : in Italia qualsiasi sentenza di affido concerne i figli minori, di conseguenza le azioni correttive e giuridiche dovrebbero riguardare i figli stessi dal primo anno di eta’ al compimento del diciottesimo.
    Questa dovrebbe essere la base, cancellando l’assurda prassi del coinvolgimento del minore ai quattordici anni ( in contrasto con le sentenze dei tribunali).
    Questo discorso dovrebbe esser portato avanti con forza dagli addetti ai lavori.

  2. Dott. Pingitore la penso in maniera leggermente diversa.
    Prendiamo un bambino di 8 anni al quale un suo genitore insegna a rubacchiare nei supermercati.
    Quando il bambino ha 9 anni questo suo “genitore” (lo definisca lei come meglio crede) le insegna ad usare il coltello.
    A 10 le insegna a fregare i portafogli nei bus, a 12 a scippare e a 14 a usare la pistola, finché un bel giorno, quando questo piccolo disgraziato ha 17 anni accoltella una persona.
    Che facciamo?
    Lo lasciamo in balia di questo genitore perché “qualsiasi intervento coatto di natura giudiziaria (e anche clinica post sentenza) potrebbe risultare inefficace e, paradossalmente, controproducente.”?
    Siccome ha superato i 14-15 è impensabile che possa essere allontanato da questo genitore, o peggio, trasferito in una struttura idonea?
    A parte il fatto che i SS.SS. mi sembra che sino ad oggi si siano orientati in maniera completamente diversa, viste le motivazioni, molto molto più discutibili in confronto all’esempio che ho fatto, con cui hanno allontanato dai rispettivi genitori migliaia e migliaia di minori, di tutte le età.
    Lei ritiene che superati gli 11-12 anni di età qualsiasi intervento giudiziario orientato a modificare l’assetto di frequentazione figlio-genitori possa essere inefficace e controproducente?
    Dice che il peso delle inadempienze degli adulti non possono ricadere sulle persone adolescenti: non capirebbero il senso dell’intervento e lo percepirebbero come punitivo.
    Se tiene presente l’esempio che le ho fatto non è difficile intuire che il suo punto di vista da qualche parte fa acqua.
    Questo perché si continua a immaginare il fenomeno dell’alienazione parentale come un evento che necessità di chissà quali studi mega scientifici, psicodrammatici, mega analisi psichiche, manuali, libri, tesi, trattati, relazioni, convegni, seminari, linee guida, DSM, ICD, SINPIA e chi più ne ha più metta, quando in realtà essa rientra in quella che è la più antica forma di avvezzamento dei cuccioli (perché fa parte dell’intero mondo animale), uomo in primis, ossia l’educazione.
    Anche per questo motivo infatti ritengo che la sua negazione equivalga esattamente a negare il valore stesso dell’educazione (buona o cattiva che sia), cosa che invece, come tutti sappiamo, ogni individuo possiede.
    Educazione che, ed è per questo che soprattutto non concordo col suo parere, non finisce all’età di 11, 12 e neanche 18 anni.
    Alienare un giovane significa semplicemente educarlo male e se è lecito che gli AA.SS. allontanino un minore dai propri genitori per motivi ben più futili dell’educazione malsana che rappresenta la condotta alienante, non è comprensibile per quale motivo il minore debba essere lasciato, indipendentemente dalla sua età, in balia di un genitore che educa suo figlio dannatamente male.
    Si parla di manipolazione. Perché forse la normale e integerrima educazione di un piccolo non è forse una forma di manipolazione mentale? L’educazione, intrinsecamente, quasi per definizione, non è altro che una manipolazione mentale: più l’individuo è piccolo e più è facile attuarla (su questo concordo) ma per potersi considerare completamente immuni occorre essere ben maturi e vaccinati, cosa che, mi lasci dire, non si è neanche a 18 anni.
    Occorrerebbe a mio parere parlare di una forma di educazione dannosa o meglio, di forte maleducazione, forse così anche più gente riuscirebbe a capire meglio il concetto.
    Quelle che sono poi le ripercussioni psichiche a breve, medio e lungo termine, sia nel giovane che a 18 anni si ritrova non solo allontanato dal suo genitore che le ha insegnato cose sbagliate, ma anche in galera, realizzando di essere stato educato male, sia nel giovane che alla stessa età capisce di essere stato educato altrettanto male perché ha odiato un genitore solo perché educato ad odiarlo dall’altro genitore, questo lascio che sia lei a stabilirlo.
    Buon lavoro

    • Gentile Andrea,
      cosa c’entra il genitore che insegna a compiere reati al figlio con il genitore che condiziona psicologicamente il figlio per impedirgli la frequentazione con l’altro genitore?
      Non c’entra nulla.

      Al figlio si può spiegare che rubare è un reato, glielo insegnano anche a scuola.
      Al figlio che rifiuta un genitore (perché vittima di AP) cosa gli spieghi? Se ha superato i 12 anni, facciamo 14 anni, gli spieghi che il suo rifiuto è stato condizionato dal pensiero del genitore “preferito”? Lui è convinto delle sue idee (condizionate) e non sarà un intervento coercitivo a fargliele cambiare. Anzi, il risultato sarà controproducente.

      Se vuole può consultare questo mio ultimo libro in cui spieghiamo tutto nel dettaglio. E’ un libro tecnico, ma è comprensibile anche da chi non è un addetto ai lavori come lei:
      https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?CodiceLibro=1305.259

      Cordiali saluti.
      Marco Pingitore

  3. Gentile dott. Pingitore,
    qualsiasi cosa venga insegnato a un bambino o anche a un ragazzino, giusta o sbagliata che sia, egli la “assorbe” nello stesso identico modo perché non ha capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è.
    Anche i ragazzini che scippano o che spacciano droga sono convinti che, seppure consci che vi sono leggi che non lo permettano, sia lecito fare ciò che fanno, proprio perché condizionati, nello stesso modo in cui si può condizionare un figlio ad odiare chiunque, genitori inclusi, loro vengono condizionati in primo luogo a considerare il rispetto della legge non come regola di vita ma come “rischio d’impresa”.
    A mio parere il condizionamento è esattamente lo stesso e ripeto, è completamente riconducibile a quella che tutti conosciamo come educazione e, nella fattispecie, come maleducazione.
    Son d’accordo che non si cambiano le idee (che scaturiscono e si formano sempre e comunque da un condizionamento, giusto o sbagliato che sia) con provvedimenti coercitivi e questo lo credo in larga misura anche per gli adulti, ma il discorso verteva anche sulla necessità o meno di allontanamento del minore dal genitore alienante e in tal senso rimango convinto che quando la mala educazione supera certi limiti (e l’AP a mio parre li supera abbondantemente) sia assolutamente necessario l’allontanamento del genitore alienante, ossia credo che non sia il minore che deve essere allontanato, privato della sua quotidianità e magari trasferito in una struttura ad hoc, ma deve essere il genitore alienante che deve essere allontanato e trasferito, sino a pieno recupero del rapporto tra genitore alienato e figlio, nelle patrie galere.

    • Il Tribunale fa interventi sul minore, non sul genitore, per cui, al massimo, chi può essere allontanato è il figlio, non il genitore.
      C’è un sottofondo stridente nel suo pensiero che tende ad attribuire colpe implicite al figlio (“mala educazione”), deresponsabilizzando il genitore rifiutato. E ciò è inaccettabile da un punto di vista psicoforense, perché di “mala educazione” nell’AP non vi è traccia.

      La differenza tra un ragazzino che rapina e un ragazzino vittima di AP è la seguente:
      – il ragazzino che commette una rapina sa che è un reato. Anche se gli hanno insegnato sin da bambino a compiere furti e rapine, egli può in qualsiasi momento scegliere di diventare un criminale di carriera o di cambiare strada. Il ragazzino non è un ladro, ma fa il ladro: la differenza è notevole, tra “è” e “fa”. La vittima della rapina è un inconsapevole soggetto che, il più delle volte, non ha nessuna relazione con il ragazzino.

      – nell’AP la questione è più complessa poiché l’unica vittima è il bambino (che diventa ragazzino), mentre le responsabilità sono di entrambi i genitori. Sì, perché l’AP è un fenomeno che coinvolge l’intero sistema padre-madre-figlio.

      Disporre interventi giudiziari dai 12 anni in su, significherebbe colpevolizzare il figlio e deresponsabilizzare il genitore rifiutato. Secondo quest’ultimo, il Tribunale gli deve riparare il danno, il torto subito, restituendogli il figlio, impacchettato con un fiocchetto, presso la sua abitazione: “io sono la vera vittima, mi devono riportare mio figlio a casa”. Non funziona proprio così.
      Questo pensiero direziona le migliori strategie legali e genitoriali che si rivelano fallimentari.

      Si legga il libro, se vuole.
      Mi fermo qui.

      Cordiali saluti.
      Marco Pingitore

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