Non Chiamiamoli Più “Incontri Protetti”

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Non chiamiamoli più “incontri protetti”, quegli incontri in spazio neutro in cui genitore e figlio hanno la possibilità di relazionarsi.

Che cos’è un “incontro protetto”? Chi protegge chi da cosa/chi?

In Italia la pratica degli “incontri protetti” è diffusissima in modo inversamente proporzionale alla conoscenza della metodologia da utilizzare in questo genere di casi.
Solitamente, la prassi prevede che genitore e figlio si incontrino in una stanza di un Consultorio o dei Servizi Sociali alla presenza di un operatore che non si sa bene cosa deve fare con gli utenti. Troppo spesso questi incontri si riducono ad un’ora alla settimana in cui il genitore e il figlio si affannano a comprendere come strutturare la relazione, senza un supporto concreto e, soprattutto, senza un obiettivo.
Spesso assistiamo ad un’assenza di metodologia per gestire gli “incontri protetti”: ogni Ente li intende secondo le proprie esperienze e ogni caso è trattato, generalmente, con il medesimo approccio.

Allo stato attuale, non ha senso parlare ancora di “incontri protetti” (valutativi/trattamentali): la definizione è troppo ambigua e generica, lasciando spazio a prestazioni professionali che possono essere le più svariate ed effettuate da non si sa bene chi.

E’ necessario iniziare a parlare di trattamento sanitario perché di questo si tratta. Ad esempio, il recupero del rapporto genitore-figlio non può essere ridotto alla pseudo-metodologia degli “incontri protetti”, ma ad una più ampia prestazione in ambito sanitario effettuata da Psicologi e Medici. Un programma di intervento, un trattamento sanitario finalizzato alla cura dei disagi psicologici delle persone coinvolte nelle relazioni disfunzionali della famiglia divisa che comprenda anche altre tipologie di interventi supportivi.

La prestazione psicologica con la persona minorenne è di tipo sanitario: questo è l’incipit di una nuova cultura sul tema spinoso dell’intervento psicologico/medico nel post CTU.

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