Il Mio Paziente Vuole Suicidarsi, Che Faccio?

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Una delle domande più frequenti che gli psicologi fanno e si fanno:

se in una seduta, il mio paziente dovesse riferirmi “ho intenzione di suicidarmi”, che faccio? Come mi comporto?

In questo articolo vorrei superare tutti quei luoghi comuni pseudo-clinici (“se te lo dice, vuol dire che non lo farà” et similia), affrontando l’argomento da un punto di vista meramente deontologico.

Cosa dice il nostro amato e odiato Codice Deontologico?

In questo caso, ci interessano gli artt. 11 e 13:

Art. 11
Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.

Art. 13
Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

L’art. 11 è palesemente chiaro: lo psicologo è tenuto al segreto professionale, per cui non può rivelare a nessuno i contenuti delle sedute, anche nel caso dell’esempio in cui il paziente rivela l’intenzione di volersi suicidare.
Qualcuno potrebbe rispondere: ok, ma se poi si suicida? Non lo abbiamo tutelato.
E’ vero, anzi verissimo, ma se poi non lo fa? Abbiamo violato il segreto professionale.

L’argomento è complesso perché si opera su una linea molto sottile in cui da una parte c’è la tutela del segreto, dall’altra il rischio per l’incolumità del nostro assistito.

Il segreto professionale può essere derogato in due casi: il primo è nei casi di testimonianza (art. 12) solo dietro specifica e stringente autorizzazione del paziente; l’altro è previsto dall’art. 13.
La differenza tra referto e denuncia è spiegato in questo articolo, ma nel nostro esempio, non si tratterebbe di obbligo, ma di prendere in considerazione la seconda parte dell’art. 13, cioè la possibilità di redigere un referto psicologico in cui segnaliamo che il paziente ha intenzione di suicidarsi:

Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Questo è l’aspetto più cruciale del nostro esempio: stabilire se si prospetta un grave pericolo per il paziente. Come si fa?

Qualche opzione:

#1 – il paziente intende realmente suicidarsi, per cui il nostro referto psicologico gli salva la vita;

#2 – il paziente intende “solo a parole” suicidarsi, per cui facciamo referto, ma successivamente il paziente ci querela e ci segnala all’Ordine per violazione del segreto professionale: “le mie erano solo fantasie”;

#3 – il paziente intende realmente suicidarsi, ma decidiamo di non redigere referto psicologico. Il paziente tenta il suicidio e ci querela per non averlo tutelato facendo referto.

Come si può evincere, la situazione appare complicata e delicata e non si può nemmeno risolvere ipotizzando una delega “lo mando dallo psichiatra” perché nel frattempo, il paziente potrebbe decidere di porre termine alla sua esistenza.

Lo psicologo deve saper decidere, anche in tempi brevi, cosa fare. Ogni caso è a sé e non esiste una regola standard. Sicuramente sarebbe opportuno chiedere supporto in supervisione o a qualche collega più esperto o al proprio Ordine di appartenenza.

Qualche suggerimento:

#1 – effettuare una approfondita analisi della domanda già alla prima seduta, soprattutto se si esercita in qualità di libero professionista, solo soletto, nel proprio studio privato: ciò potrebbe ridurre il rischio di intraprendere lavori terapeutici con pazienti a rischio, prendendo in considerazione l’ipotesi, già al primo incontro, di un consulto psichiatrico;

#2 – la violazione del segreto professionale per “giusta causa” (definiamola così) può avvenire solo facendo referto (o denuncia). In molti ritengono che se un paziente riferisce di volersi suicidare è possibile contattare un familiare per informarlo: questa procedura è errata, anche se si è autorizzati dal paziente stesso. Lo psicologo non può limitarsi a delegare un familiare nel caso di incombente pericolo per il suo assistito. Tale delega potrebbe comportare una conseguenza nefasta. Si pensi allo psicologo che dopo aver contattato il familiare, avvertendolo che il paziente riferisce l’intenzione di suicidarsi, ritenga di aver tutelato il proprio assistito. Tuttavia, nel caso in cui il paziente si suicidasse, probabilmente sarebbe lo stesso familiare a denunciare lo psicologo per mancato referto alle autorità competenti.

 

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