Martina Levato, Intervista a Camerini sull’Adozione del Figlio

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A cura di Giovanni Battista Camerini – Neuropsichiatra Infantile

Mi sembra che la questione dell’affidamento e della collocazione del piccolo Achille sia spesso mal posta. Più che i diritti della madre sono in gioco, in conformità con l’art. 3 della Convenzione dei Diritti del Fanciullo di New York (ratificata in legge nel 1991), i diritti del bambino. Non è al centro del problema il comprensibile dolore della madre alla quale è stato strappato il figlio, ma l’esito che la scelta da adottare (qualsiasi essa sia) può sortire per il bambino e per il suo sviluppo.

La questione è quindi troppo delicata e complessa per essere maneggiata solo dai magistrati. Qui sono in gioco questioni di natura psicologica e criminologica che possono essere affrontate solo in sede specialistica. I magistrati hanno ritenuto che il bimbo debba essere allontanato dalla madre per due essenziali motivi tra loro legati: perché la madre non è in grado di trasmettere valori educativi adeguati e per evitargli lo stigma sociale. Si tratta di considerazioni e di prospettazioni assolutamente condivisibili. Ma Achille è ancora un neonato. In questa fase i suoi bisogni non si legano ai valori educativi dell’ambiente in cui vive e cresce ma all’accudimento fisico e materiale ed al nutrimento affettivo che passa attraverso esso. Gli studi sui processi di attaccamento ci insegnano quanto sia importante, per uno sviluppo armonico e per costruire una personalità sana ed equilibrata, il poter contare sin dalla nascita su una figura di riferimento stabile, riconoscerne i gesti e gli odori, sintonizzarsi sui suoi ritmi. I numerosi studi e le ricerche sui bambini precocemente istituzionalizzati dimostrano inequivocabilmente quali possano essere le drammatiche conseguenze di un’alterazione o di una carenza di questi processi vitali.
Lascia quindi molto perplessi la decisione di lasciare la madre con il bambino solo un’ora al giorno senza consentirle di allattarlo ed ancor più la sua giustificazione: evitare che si crei quel “legame speciale” che unisce la mamme ai loro piccoli.

C’è da chiedersi su quale teoria psicologica si basi questo assunto.
Si nega in tal modo ad un bambino il calore affettivo fondamentale per la sua crescita psichica solo perché non potrà essere erogato a lungo dalla stessa persona. Ma intanto glielo si toglie. Per il bambino è molto maggiore il trauma certo legato al non poter contare su una persona che si prende cura di lui dell’ipotetico trauma legato al distacco da questa figura. Al bambino di questa età importa bere, non chi lo abbevera. A meno che chi lo abbevera non cerchi di avvelenarlo: ma la pericolosità della madre (dal punto di vista criminologico) sembra essere legata ai suoi aberranti valori relativi alla vita sociale, non al rischio di agiti aggressivi contro il proprio figlio.
Se un magistrato intende (come in questo caso) maneggiare ed utilizzare costrutti psicologici, occorre che sia aiutato a pesarne e discriminarne la fondatezza, basando le sue decisioni su “leggi scientifiche di copertura” sufficientemente valide.

Che cosa si potrebbe fare?
Io credo che occorrerebbe lasciare che la madre si occupi del figlio per alcuni mesi, almeno tre, anche allattandolo. Non ovviamente da sola, ma affiancandole altre figure di accudimento. Nel frattempo occorrerebbe individuare in tempi rapidi a chi dare Achille in affidamento o in adozione, eventualmente effettuando sulla madre una perizia psicologica per valutare se e secondo quali modalità possa continuare a mantenere contatti con il figlio.

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